La preghiera è uno dei cinque pilastri fondamentali dell’Islam: non deve quindi stupire che una delle massime manifestazioni artistiche del mondo musulmano, il tappeto, sia spesso adibita a questo particolare utilizzo.
Il tappeto riveste un ruolo fondamentale nel mondo islamico: il suo compito è quello di impedire il contatto diretto tra il suolo, impuro, e il fedele impegnato nella preghiera. L’impiego dei tappeti per questo uso risale ai primi tempi dell’Islam, ed è sempre di quei tempi la tradizione di donare tappeti alle moschee: purtroppo nel tempo sono andati distrutti i manufatti dei primi califfati arabi, ma sono fortunatamente conservati i frammenti delle moschee anatoliche.
I tappeti da preghiera riprendono, nel loro impianto grafico, i principali elementi architettonici delle moschee: in particolare non può mancare il mihrab, che rappresenta la piccola nicchia coperta da un arco che, proprio nelle moschee, indica la direzione della Mecca.
La diffusione di tappeti da preghiera ornati con decorazioni specifiche è documentata fin dal XV secolo, con una miniatura timuride del 1436 che mostra, al suo interno, un tappeto con un mihrab stilizzato. Altre testimonianze vengono dall’Anatolia: il Tiem (Turk ve Islam Eserleri Muzesi) di Istambul custodisce ancora oggi tre diversi esemplari di tappeto da preghiera, risalenti al XV secolo, che documentano le diverse varianti del disegno. Tutti gli esemplari, che provengono da donazioni private, sono stati rinvenuti in luoghi di culto.
I primi due, giunti al Tiem nel 1933 dalla Seybabayusuf Tekke di Sivrihasar, vengono oggi definiti saf, ossia caratterizzati da una serie di mihrab allineati a filare all’interno di un campo lungo e stretto.
Il terzo esemplare, di dimensioni più ridotte, è stato rinvenuto nel mausoleo di Kilicaslan di Konya. Il campo è chiuso da una bordura cufica ed è caratterizzato da una doppia nicchia contornata da tre colonne stilizzate.
Altre testimonianze dei tappeti anatolici da preghiera del XV secolo ci vengono dai quadri di artisti occidentali, come Giovanni Bellini e Lorenzo Lotto: questi manufatti, convenzionalmente, hanno finito per prendere il nome del pittore che li aveva raffigurati. Esemplari di queste produzioni si trovano nella maggiori raccolte pubbliche mondiali, come lo Staatliche Museen di Berlino.
Nei secoli successivi, tra il XVI e il XVII, il più importante centro di produzione divenne la città di Usciak, con tappeti caratterizzati da decorazioni sontuose. Nello stesso periodo le manifatture di Istambul, Edirne e Bursa producono un gran numero di manufatti con lo schema saf. Il campo è spesso libero da decorazioni, oppure riempito con motivi floreali. Si tratta in genere di esemplari preziosi, sia per l’impianto grafico, sia per la finezza dell’annodatura e i materiali impiegati (spesso la seta). Molti frammenti di questi saf ottomani, con fondo scarlatto o blu e splendide decorazioni, sono custoditi al Tiem di Istanbul.
Nella Persia safavide, sempre tra il XVI e il XVII secolo, si afferma invece un particolare modello decorativo realizzato su tappeti di piccolo formato, annodati finemente e con inserti in filato di seta laminato d’argento. Il campo è caratterizzato da una sola nicchia con profilo ricurvo, circondata da una striscia con iscritti versi coranici. Al di sopra della nicchia un cartiglio ripete una preghiera rituale, mentre all’interno si trovano motivi quali vasi fioriti, fasce di nuvola e alberi, realizzati su un fondo con i classici intrecci di steli ricurvi (aslimi).
Nelle manifatture anatoliche, a partire dal XVII secolo, il disegno da preghiera diventa quello prevalente e rimarrà così fino a nostri giorni. Una citazione particolare meritano le produzioni di Ladik, Ghiordes e Kula, che conoscono il loro massimo splendore fino al XIX secolo.
Il modello da preghiera viene adottato anche in Persia da tutte le principali manifatture urbane e fino al XIX secolo resta uno dei temi ricorrenti nella produzione di Tabriz, Kirman, Kashan e Isfahan. Tra le diverse rappresentazioni grafiche che caratterizzano questi manufatti una citazione particolare merita la cosiddetta “mano di Fatima”, che spesso compare in forma stilizzata e indica la posizione del tappeto sulla quale il fedele si appoggia durante la preghiera. La mano di Fatima ha nel mondo islamico un preciso significato: le cinque dita aperte richiamano infatti i cinque pilastri fondamentali dell’Islam.
Spesso nei tappeti da preghiera di trovano anche decorazioni floreali e vasche d’acqua, tutte riconducibili al tema del giardino. Una rappresentazione non casuale, visto che nell’Islam il mondo soprannaturale è descritto proprio come un giardino, ed ha questo significato il termine paradiso con cui lo si indica.
Questa, in estrema sintesi, la storia del tappeto da preghiera, che rappresenta una parte fondamentale della cultura islamica.
Questo è il secondo articolo di una breve serie dedicata al mondo dei tappeti persiani e orientali proposto ai lettori per orientarsi nell’affascinante mondo dei tappeti. I testi sono stati scritti da Mattia Losi e pubblicati sulle pagine de Il Sole 24ORE dal 2000 al 2006.
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