i tappeti caucasiciAnche se per molti occidentali la parola tappeto è sinonimo di Persia, esistono altre zone di produzione che godono di pari importanza per chi conosce il mondo del tappeto. Le antiche manifatture indiane, turche e cinesi, per esempio, hanno dato alla luce esemplari di straordinaria qualità, raggiungendo livelli di perfezione assoluta.

Negli ultimi decenni, sul mercato internazionale, la vera scoperta da parte di mercanti e collezionisti ha però riguardato le manifatture del Caucaso, che hanno rapidamente raggiunto livelli di prezzo che possono raggiungere anche decine di migliaia di euro.

I tappeti del Caucaso sono prodotti in modo artigianale, in quanto si tratta di produzioni nomadi, e quindi sono rimasti incontaminati dalle standardizzazioni che vengono inevitabilmente introdotte quando le manifatture diventano industriali. Gli artisti del Caucaso erano i pastori, e ancora oggi in qualche caso si possono trovare tappeti moderni che mantengono la freschezza e la spontaneità dei capolavori del XIX secolo.

Una delle tipologie più interessanti e più richieste dai collezionisti è quella denominata “Daghestan”, dal nome della regione del Caucaso Nord-Orientale che si estende fino alle rive del Mar Caspio.

I primi cenni di una produzione di tappeti in questa zona è molto antica: già Erodoto faceva cenno alla capacità dei popoli caucasici di ottenere splendidi colori vegetali, e intorno all’anno Mille gli storici arabi citavano come esempio di altissima abilità nella tintura delle lane quella degli annodatori di Derbent.

I tappeti Daghestan (parliamo ovviamente delle produzioni dell’Ottocento) contengono il meglio della produzione caucasica, e presentano colori nitidissimi anche negli esemplari con oltre cento anni di vita (ovviamente se ben conservati).

La prima caratteristica alla quale fare attenzione, se si vuole acquistare un Daghestan, è il rovescio del tappeto: non solo perché in questo modo si possono meglio notare le eventuali imperfezioni e restauri (una regola che vale sempre), ma anche perché i Daghestan presentano una chiara differenza di livello tra i fili di trama e ordito: ancor più evidente di quanto non accada con i tappeti di Kuba, altra famosa produzione caucasica.

Se il fondo è completamente liscio il tappeto non è un Daghestan, ma potrebbe invece essere uno Shirvan: anche in questo caso un ottimo tappeto, ma è importante sapere l’esatta provenienza di quello che si acquista.

Il fondo è in genere molto chiaro, come conseguenza di un largo impiego della lana bianca delle pecore degli altipiani, con variazioni che possono andare dal bianco candido a un bellissimo giallo dorato che la patina del tempo rende ancor più piacevole.

I Daghestan non sono finissimi (si collocano più o meno a metà classifica nelle produzioni caucasiche), ma i motivi floreali stilizzati in modo geometrico che ornano il campo danno vita a esemplari stupendi. Nella media anche l’altezza del vello, che non veniva rasato bassissimo.

Spesso si trovano esemplari datati, ma occorre fare attenzione: non solo perché le date possono essere inserite nel tappeto in qualsiasi momento, ma anche perché i pastori erano spesso analfabeti, e in genere si limitavano a copiare date che avevano visto su altri manufatti. Per avere una datazione corretta occorre quindi affidarsi alla valutazione (e alla garanzia scritta) di un mercante di fiducia.

Per quanto riguarda i costi un buon Daghestan dell’Ottocento, di circa un metro e 40 centimetri per due metri, si può trovare sul mercato italiano tra gli otto e i diecimila euro.

Questo è il primo articolo di una breve serie dedicata al mondo dei tappeti persiani e orientali proposto ai lettori per orientarsi nell’affascinante mondo dei tappeti. I testi sono stati scritti da Mattia Losi e pubblicati sulle pagine de Il Sole 24ORE dal 2000 al 2006.

Questo articolo è stato inserito Thursday 20 November 2008 alle 3:40 pm.
Argomento: Persiani.

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